L'interno

L'interno del Duomo, di stile neoclassico, si presenta ad una sola navata (lunga 62 metri in totale) , con sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra, dove trovano posto gli altari di antica memoria. In fondo alla navata si alza il monumentale presbiterio, sul quale si aprono tre grandiose absidi.

Interno

Entrando dalla porta maggiore, a destra si trova l'altare del Crocefisso, che dalla critica viene attribuito ad Antonio Bianchi, noto scultore lombardo (1620-1678), molto attivo nel vicentino. E' questa ritenuta una delle sue opere migliori. L'ancona poggia su di una mensa con specchiature policrome. Due coppie di colonne dal fusto di marmo nero sostengono la trabeazione. Corona il gruppo un timpano a sesto ribassato, sul quale si assestano tre putti. Una lapide a fianco indica che l'altare apparteneva alla Confraternita della Morte. 

Di recente vi è stata sistemata la sua tela originaria, che raffigura il Cristo in croce e ai piedi la Madonna e S. Giovanni. L'autore del dipinto è ignoto, tuttavia la critica lo ritiene un lavoro di dignitosa fattura del XVII secolo. 

Proseguendo, nella seconda cappella a destra, si trova l'altare della Madonna del Rosario (1677), anche questo viene attribuito allo scultore Antonio Bianchi. In documenti rinvenuti da L. Puppi, critico d'arte, l'altare viene definito: "macchina complessa ed imponente, di effetto decorativo rilevante". L'ancona poggia su di una mensa a specchiatura semplice. Due coppie di colonne di marmo rosso dal capitello corinzio sostengono un duplice timpano, sul quale si assestano angeli e putti. 

La finissima nicchia, che incornicia l'immagine della Vergine (opera degli artigiani della Val Gardena), è un raro documento della scultura quattrocentesca dell'antica parrocchiale.

Questo altare apparteneva alla Confraternita del Rosario che in quegli anni accresceva la sua importanza dopo la vittoria di Lepanto. 

Nella terza cappella, sempre a destra, si trova l'altare della Pentecoste del 1678. L'ancona di questo altare, poggiante su mensa marmorea decorata da riquadri mistilinei, è costituita da una coppia di colonne corinzie dal fusto liscio. Fa da corona il fastigio a timpano, che è interrotto da un gruppo marmoreo: al centro l'Eterno Padre con il globo e la Croce, ai lati due angioletti. 

Non si conosce di sicuro l'autore di questa opera del XVII secolo, ma la sua composizione si avvicina assai ai modi di Antonio Bianchi. 

Di recente è stato posto nella nicchia il suo dipinto originale che, del tutto inedito, viene attribuito dallo studioso d'arte Mauro Lucco alla tarda attività di Domenico Campagnola (Venezia 1500- Padova1564). 

Raffigura la Madonna e la discesa dello Spirito Santo sotto forma di fiammelle sopra agli Apostoli. Per il sontuoso colore la pala richiama la grande lezione tizianesca, così come per la foga drammatica dell'impostazione della scena. 

Questa tela di ottima fattura è ritenuta per importanza e per qualità seconda dopo la pala del Tiepolo. 

Entrando dalla porta maggiore, a sinistra si trova l'altare di S. Antonio, che , secondo l'iscrizione, porta la data 1672. L'ancona di questo altare poggia su una mensa rivestita da riquadri mistilinei. Le doppie colonne in marmo rosso richiamano nel colore le specchiature della mensa. La sovrastante trabeazione dall'andamento interrotto sostiene un fastigio a sesto ribassato, su cui si assestano coppie di putti a tutto tondo. 

Anche quest'opera del secolo XVII viene attribuita dal Puppi ad Antonio Bianchi e viene giudicata una fra le sue migliori composizioni. 

Nella nicchia è conservata la pala originale con Sant'Antonio da Padova che adora il Divino Infante di buona fattura. Per l'impostazione della scena potrebbe essere ricondotta nell'ambito di Antonio Balestra o, secondo molti critici, ad ambito veronese in particolare al pittore Girolamo Pellegrini per quei caldi toni tra il marrone e il giallo e la felice idea del Bambino che sgambetta festoso e tende le mani al Santo.

Altare di San Rocco

Proseguendo, nella seconda cappella di sinistra, si trova l'altare di San Rocco. Questo altare, dedicato ai Santi Rocco e Sebastiano, è il più noto della chiesa per la pala del Tiepolo e per la presenza di pregevoli sculture, le più belle dopo quelle dell'Altar Maggiore. 

Sul basamento a specchiatura semplice poggiano due coppie di colonne con capitello corinzio. Sulla soprastante cimasa con timpano a sesto ribassato sono collocati quattro putti alati e altri due angeli più grandi in atto benedicente. Questo gruppo è stato attribuito ad Antonio Bonazza.

 
L'altare, non essendo presente alcuna dedica di una confraternita, si pensa sia stato eretto a spese dell'intera parrocchia, per collocarvi la pala di Gianbattista Tiepolo. 

Questa tela fu commissionata al Tiepolo dal cardinale Carlo Rezzonico, poi papa col nome di Clemente XIII nel 1758, che qui a Noventa qualche anno prima aveva acquistato la Villa Barbarigo. 

Inserite sulle pareti della cappella, vi sono le due formelle con i Santi Rocco e Sebastiano, importante documento di un precedente altare della quattrocentesca parrocchiale. Sono questi due santi mantegneschi, severi e aspri nel loro dolore come si conveniva a chi era invocato nelle tragiche ricorrenze pestilenziali.

Santi Rocco e Sebastiano

Nella tela, ricordando uno studio del critico Remo Schiavo, troviamo un Tiepolo giunto a maturità pittorica, che si è liberato dagli influssi dei "tenebrosi" veneziani, per attingere a un più composto classicismo dovuto allo studio delle opere di Paolo Veronese: brillano i colori leggeri tra il bianco, il rosa, il giallo, i santi campeggiano sullo sfondo di cieli azzurri e di classiche rovine, nel volto non mostrano la sofferenza del crudele martirio ma la raggiunta beatitudine celeste. 

La struttura piramidale della sacra rappresentazione pone alto sullo sfondo San Rocco su un rocchio di cornice di pietra in abito da pellegrino rosso e verde, mentre in primo piano quasi accostato alla sofferente umanità, rappresentata dalla vecchia paralitica, San Sebastiano ancora legato alla colonna mostra l'atletico corpo piagato dalle crudeli saette. Il bianco del candido perizoma, un prodigio di tecnica pittorica, richiama l'ampio fazzoletto che copre la testa della vecchia; come il realismo della faretra abbandonata ha il suo corrispettivo nel carrettino di legno che sostiene l'inferma. 

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